La spesa pubblica va sfoltita partendo dalle regioni troppo voraci

Quello di limare la spesa pubblica è un obiettivo popolare, almeno a giudicare dal numero di segnalazioni e suggerimenti che i cittadini hanno inviato al governo: 95 mila email spedite in una settimana di consultazione pubblica. Un obiettivo popolare ma complicato da raggiungere, tanto che ieri Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alla “spending review”, parlando a decine di dirigenti della Pa riuniti alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione, ha consigliato loro “una purga” per “digerire i risparmi” necessari.
11 MAG 12
Ultimo aggiornamento: 13:31 | 23 AGO 20
Immagine di La spesa pubblica va sfoltita partendo dalle regioni troppo voraci
Quello di limare la spesa pubblica è un obiettivo popolare, almeno a giudicare dal numero di segnalazioni e suggerimenti che i cittadini hanno inviato al governo: 95 mila email spedite in una settimana di consultazione pubblica. Un obiettivo popolare ma complicato da raggiungere, tanto che ieri Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alla “spending review”, parlando a decine di dirigenti della Pa riuniti alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione, ha consigliato loro “una purga” per “digerire i risparmi” necessari. Alla purga in questione – visto che da dicembre a oggi “la riduzione dello spread non è avvenuta con la velocità che avremmo sperato”, ha detto ieri il premier Mario Monti – dovrà ricorrere l’amministrazione centrale e poi soprattutto gli enti locali, regioni in primis.
Anche per questo il solitamente compassato Vittorio Grilli, viceministro dell’Economia, non perde occasione pure in privato per punzecchiare i governatori: la spesa per i ministeri, ricorda, rappresenta appena il 5 per cento della spesa pubblica. E ancora, come ha spiegato alla trasmissione “Ballarò”: “I dipendenti pubblici sono 3,2 milioni, nei ministeri sono 175 mila. I numeri più grandi sono nella scuola (1 milione di occupati), nella sanità (720 mila), nelle regioni e negli enti locali (500 mila)”. Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, gli ha dato man forte ricordando che contro la riduzione della spesa pubblica “ci sono resistenze nella Pubblica amministrazione, per esempio nei diversi costi sanitari delle regioni”. Non solo dipendenti pubblici e sanità; anche l’acquisto di beni e servizi dipende dalle regioni, come ha spiegato Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia: “Parliamo di 130 miliardi di euro. La Consip (società del ministero dell’Economia, ndr) copre solo il 30 per cento di questi acquisti, il resto dipende da province, regioni e comuni”. Per non dire dei debiti di enti locali e regionali verso le imprese, stimati tra i 30 e i 70 miliardi di euro. D’altronde lo stesso Giarda, autore nel 2011 di una “analisi preliminare della spesa” e oggi del “rapporto sulla spending review”, non ha mai risparmiato frecciatine alle regioni.
Nel rapporto pubblicato la scorsa settimana, e che assieme alla nomina del super commissario Enrico Bondi ha dato ufficialmente il via alla fase operativa della spending review, Giarda azzarda un’ipotesi politologica per spiegare il ruolo decisivo delle regioni nell’alimentare la spesa pubblica: “La sanità trova nei governi regionali (per i quali la spesa sanitaria assorbe il 70 per cento della spesa complessiva) potenti interpreti delle popolazioni interessate, ai quali fanno eco gli interessi delle ditte fornitrici di farmaci e attrezzature sanitarie. Ne deriva una pressione molto forte sulle risorse pubbliche da assegnare alla sanità”. Mentre “la scuola e la sicurezza trovano la propria constituency in una successione di ministri tratti, negli ultimi 20 anni, da 13 diversi governi e in una burocrazia dispersa”. Così si spiega il potere relativamente forte delle 20 amministrazioni che si dividono il territorio italiano, anche rispetto a Roma. A fronte di questa voracità, aggiunge Giarda, “è da rilevare che nessuna regione, nessuna provincia e solo pochi comuni riescono a finanziare interamente la propria attività con entrate proprie”. Così è diventata “pratica assai diffusa” quella di spendere creando “debiti cosiddetti fuori bilancio, successivamente ripianati con interventi straordinari a carico del bilancio statale”. La tendenza non è nuova, e così oggi – contrariamente a quello che comunemente si pensa – “una parte rilevante” della spesa pubblica complessiva, al netto delle pensioni, è “nella competenza del livello decentrato”: il 60 per cento delle uscite della Repubblica italiana dipende da regioni ed enti locali, solo il restante 40 per cento è di competenza dello stato centrale. Dei 295 miliardi di euro di “spesa aggredibile nel medio periodo” – spiega il governo – 20,2 miliardi sono direttamente addebitabili alle regioni, e altri 97,6 miliardi alimentano la sanità dopo essere stati largamente intermediati dalle stesse regioni. C’è da tagliare, non più solo a Roma.